Numeri, non parole

La scelta di Mario Draghi di abbassare il tasso di riferimento della Banca centrale europea allo 0,25 per cento dipende dal fatto che essa ritiene che la ripresa dell’economia dell’Eurozona sia ancora debole e incerta, sicché non si può fare assegnamento su una ripresa automatica della crescita del pil. Non sembra che nella coalizione italiana di larghe intese ci si renda conto che ciò comporta una maggiore attenzione per i problemi della crescita di quella che il governo vi ha riservato finora.
7 AGO 20
Immagine di Numeri, non parole
La scelta di Mario Draghi di abbassare il tasso di riferimento della Banca centrale europea allo 0,25 per cento dipende dal fatto che essa ritiene che la ripresa dell’economia dell’Eurozona sia ancora debole e incerta, sicché non si può fare assegnamento su una ripresa automatica della crescita del pil. Non sembra che nella coalizione italiana di larghe intese ci si renda conto che ciò comporta una maggiore attenzione per i problemi della crescita di quella che il governo vi ha riservato finora. Eppure ci sarebbe anche il fatto nuovo della riduzione del tasso che ha creato, pure per l’Italia, nuove opportunità nel rilancio del commercio estero, fuori dall’area euro, in conseguenza della moderazione del tasso di cambio della moneta unica.
La maggior liquidità genera un potenziale d’ampliamento del credito all’economia che andrebbe valorizzato, ad esempio mediante i consorzi garanzia fidi e con il rilancio di progetti di investimento pubblico cofinanziati dai privati. Ma il dibattito in corso sulla Legge di stabilità non sembra avere lo sguardo rivolto in avanti, bensì all’indietro. Si è trasformato, ancora una volta, in una discussione sull’Imu sull’abitazione principale: la seconda rata relativa al 2013 infatti non è ancora stata abolita. Ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha usato toni apparentemente perentori: “La seconda rata dell’Imu sulla prima casa non si pagherà, è una decisione già assunta”.
Eppure resta il problema della copertura del costo dell’eliminazione della rata: 2 miliardi una tantum (dal 2014 l’abrogazione di tale rata dell’Imu prima casa è finanziata con la Service tax). Si pensa all’aumento sopra il 100 per cento degli acconti di fine anno per l’imposta sul reddito di impresa. Un modo anomalo per spostare il problema dei 2 miliardi al 2014, anno in cui il gettito diminuirebbe a causa del maggior pagamento anticipato del 2013. In alternativa si pensa ad alienazioni aggiuntive di immobili, difficili però da attuare in un mese e mezzo. Benché la nostra spesa pubblica superi il 50 per cento del pil, non si pensa a una riduzione di spese. La spending review, che doveva servire a tale scopo, è stata demandata a Carlo Cottarelli, arrivato all’uopo dal Fondo monetario. Si taglia, ma da domani. Un altro rinvio, di fatto, mentre il tempo che Draghi ci fa guadagnare non è infinito.